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Tipicità Agricoltura Laziale

                                                                 Tipicità laziali




L’elenco dei frutti tipicamente legati al territorio della provincia di Roma è certamente più breve di quello che poteva essere alcune decine di anni fa. In un intervallo di tempo relativamente modesto, infatti, molti frutti che avevano un’importanza nell’economia familiare, talvolta anche commerciale, hanno subito un netto declino, fino in diversi casi a scomparire del tutto. La ragione principale della perdita di tante varietà frutticole è stata l’introduzione di sistemi di coltivazione intensivi che prevedono una produzione costante, la contemporaneità della maturazione dei frutti, l’alta produttività ed il miglioramento dell’estetica. Nel caso della pesca, tanto per fare un esempio, le cultivar importate dall’America, più stabili e produttive, hanno completamente rimpiazzato quelle nostrane. Oramai, quasi nessuno si ricorda più della ”Bella di Roma” , grossa pesca dalla polpa soda, che maturava alla fine di luglio e che veniva venduta nelle piazze della capitale ai tempi di Rugantino, o della ”Sanguinella” , piccola pesca succosa con polpa e buccia di color rosso intenso! Non sono in molti, altresì, a sapere che una gustosissima varietà, un tempo assai coltivata nel Lazio e chiamata ”Puteolana” o ”Vesuvio” , sta per fortuna iniziando ad essere nuovamente richiesta, perché viene usata per aromatizzare succhi e marmellate.

Spesso, la scelta di dedicare sempre maggiore attenzione a certi aspetti, in particolare a quelli estetici, ha portato i coltivatori verso l’impianto di varietà ”belle” a guardarsi, ma decisamente meno resistenti, dal punto di vista genetico, a parecchie malattie. Le specie ”tipiche” locali, infatti, erano nella maggior parte dei casi quelle meglio adattate a vivere nei diversi ambienti offerti dalle colline intorno a Roma, con certe caratteristiche pedologiche e climatiche. Riscoprirle, quando possibile, non è quindi solo un atto di nostalgico recupero di un sapore tradizionale, nè solamente un problema di sopravvivenza di biodiversità agricola, ma può anche rappresentare una scelta economicamente vantaggiosa, oltre che ecologicamente sostenibile. Da uno studio condotto dall’Università di Firenze risulta che, tra il Settecento e l’Ottocento, sono scomparse, nell’Italia centrale, circa 400 varietà di frutta tra mele, pere, susine, agrumi, fichi, pesche, uva e albicocche. Per fare un po’ di esempi si possono ricordare, fra le pere, la ”buonacristiana” dolcissima e che maturava ad agosto, la ”ghiacciola” particolarmente succosa matura a fine luglio o la ”moscatella” piccola, gialla e sapore di moscato.

Numerosissime erano pure le varietà di fichi con nomi che spesso facevano riferimento alle diverse sfumature della loro buccia: il ”verdello” , il ”verdone” , il ”verdino" , ma anche il fico ”cuore” dalla caratteristica forma e che maturava ad agosto ed il curiosissimo fico ”briaco”. Non sempre è possibile identificare dei legami tra le specie, come accade invece per la varietà di mele ”Orcola” , addirittura descritta da Plinio, colpito dal gusto acidulo ma dolce, dal colore rosso striato della
buccia che contrastava con quello bianco della polpa.

Questa varietà ha lasciato una ”discendente”, la mela ”Annurca”, tuttora esistente ma sempre meno conosciuta. Un’altra varietà di mela da ricordare è la ”limoncella” dalla forma un po’ allungata, che si raccoglieva a novembre e si conservava a lungo. Certo, la scelta di riscoprire certi frutti implica una serie di aspetti apparentemente negativi, primo fra tutti la non costante disponibilità del frutto stesso, legata in primo luogo alle stagioni e, in seconda istanza, alle caratteristiche organolettiche della varietà. Si pensi, ad esempio, al sorbo (”Sorbus domestica”). Al momento della maturazione infatti, i suoi frutti risultano praticamente non commestibili perché troppo astringenti, a causa dell’elevato contenuto di tannino; essi hanno bisogno di un periodo di post maturazione (detto ”ammezzimento”) che tradizionalmente avveniva su uno strato di paglia, o comunque in un luogo ben areato. La postmaturazione conferisce alle sorbe un sapore leggermente vinoso, acidulo-zuccherino, gradevole. I frutti del sorbo domestico contengono zuccheri, proteine, vitamina C e acido malico, hanno proprietà astringenti (uso interno) e tonificanti (uso esterno). Nel caso del nespolo, esistono due specie che portano lo stesso nome comune; di queste la più conosciuta e largamente presente nei mercati proviene dal Giappone (Eryobotrya japonica), mentre la specie che in Italia è presente anche allo stato spontaneo (Mespilus germanica) è un altro dei frutti che si vanno perdendo. Questo ”frutto antico”, ben conosciuto dagli antichi Greci e Romani, può essere colto a fine ottobre-inizio novembre, ma non è immediatamente disponibile per le mense: anch’esso necessita di un periodo di post maturazione, su paglia, in luoghi ventilati. Chi abbia la pazienza di attenderlo, riceve in cambio una buona dose di vitamina P e un aiuto nella regolarizzazione dei processi digestivi. Alcuni frutti che si trovano allo stato selvatico, nati spontaneamente in molti ambienti naturali intorno a Roma, potrebbero, se più coltivatori ne conoscessero il valore e i possibili impieghi, diventare una fonte supplementare di reddito. Trattandosi di specie spontanee, infatti, non necessitano di particolari accorgimenti, nella coltivazione, ma sono già perfettamente adattati alle condizioni locali. Basti pensare ad una pianta tipica della macchia mediterranea, il corbezzolo (Arbutus unedo). Malgrado gli antichi romani non ne apprezzassero pienamente il sapore, chiamandolo ”unedo” che vuol dire ”ne mangio uno solo” (unum-edo), dalle ”corbezzole”, cioè dalle tipiche bacche rosse e tonde, si ricavano delle gustosissime marmellate e degli apprezzatissimi sciroppi. In Sardegna e in Corsica, poi, mediante una particolare lavorazione se ne ottiene una bevanda fermentata, il ”vino di Corbezzole”, di sapore simile al sidro. Attorno a Roma, specialmente nella zona litoranea, sussistono le condizioni adatte alla crescita e alla permanenza di questa specie, e sarebbe auspicabile un’emulazione delle attività isolane. Un altro problema che ostacola la riscoperta commerciale di alcuni frutti ”antichi” è quello dello stoccaggio e del trasporto. Ne è un esempio il gelso, sia nero che bianco, che deve essere consumato subito dopo la raccolta. Il gelso nero (Morus nigra) era utilizzato dai Greci e dai Romani sia come specie frutticola che ornamentale, e ben note erano anche le sue proprietà medicinali: secondo Marziale (3° secolo d.C.) i frutti del ”moro” contengono ”medicamenti contro i mali della bocca e delle arterie”. Il gelso nero si diffuse ancora più ampiamente nelle aree mediterranee verso la metà del 6° secolo, quando venne introdotto dall’Oriente il baco da seta che si nutre delle sue foglie. La sua importanza iniziò a decrescere con l’impianto, in molte aree europee, nel quindicesimo secolo, del gelso bianco (Morus alba), più adatto all’allevamento del baco. Per secoli la coltivazione di queste specie fu favorita dagli statuti municipali e perfino dallo Stato Pontificio, che sovvenzionava gli agricoltori affinché piantassero queste essenze. Anche i frutti del gelso, come quelli del sorbo e del corbezzolo, posseggono elevati contenuti di zucchero e di vitamina C.

CASTAGNE e MARRONI


La sagra di Cave


Si svolge nella seconda metà del mese di ottobre ed è alla 68°edizione.
Nel corso della festa, si tiene una ”gustosa” sfida al dolce migliore, che si va ad inserire nella più grande
presentazione dei piatti tipici a base di castagne; un’altra tenzone è quella al raggiungimento del chilo con
il minor numero di castagne. La giornata clou del festeggiamento è caratterizzata dalla distribuzione gratuita
dei marroni a tutti i visitatori.

 

Proprietá Medicinali e Cosmetiche
 

Le foglie del castagno hanno proprietà espettoranti (bronchite, pertosse) e antireumatica. I frutti e i ricci
hanno proprietà antidiarroiche e le gemme possono essere usate in caso di edemi di origine linfatica.
Si utilizza l’acqua di bollitura delle castagne che ha la proprietà di esaltare il colore e i riflessi dorati dei
capelli chiari. Inoltre tale frutto viene utilizzate nella preparazione di maschere emollienti, detergenti e
schiarenti.

 

La Castagna Nei Modi Di Dire
 

L’espressione ”togliere le castagne dal fuoco” vuol dire togliere qualcuno da una situazione ”scottante”.
Nel ’500 si diceva ”cogliere in marrone ” intendendo ”cogliere in fallo” (marrone stava per errore) e col
tempo questa espressione si è trasformata nell’attuale ”essere presi in” o ”prendere in castagna”.
Differenze tra Castagne e Marroni
I frutti comunemente chiamati castagne si dividono in due grandi gruppi: le vere e proprie ”castagne” e
i ”marroni”. Le prime sono solitamente non molto grosse, schiacciate da un lato, con la buccia resistente
di colore bruno scuro e con la pellicola interna che aderisce alla polpa, in genere assai saporita. I marroni
sono più grossi, a forma di cuore e hanno la buccia marrone chiaro striata; la polpa, dolce, si stacca
facilmente dalla pellicola interna.
Come conservare le castagne a lungo
La conservazione delle castagne per almeno 3- 4 mesi, si ottiene con l’antica tecnica di sommersione dei
frutti in acqua a temperatura ambiente per 5-7 giorni (”curatura”), durante la quale si verificano variazioni
nel contenuto di carboidrati, a vantaggio del sapore, e nel pH, cosa che rende le castagne più resistenti
all’attacco di muffe.


Castagne In Cucina


Le castagne sono state uno dei cibi fondamentali delle classi povere sotto forma di minestre, pane, polenta,
e da sempre sono impiegate in preparazioni che vanno dalla cucina di sopravvivenza a quella più raffinata.
Possono essere consumate cotte sulla brace (caldarroste), bollite o, trasformate in farina e utilizzate
nell’industria dolciaria.

Le Mosciarelle Di Capranica Prenestina: si preparano in caratteristiche ”casette” costruite in pietra, dove al primo livello, realizzato in graticciata di canne intrecciate, si pongono le castagne, mentre il livello sottostante è adibito al contenimento della brace alimentata per circa un mese, che produce il calore ed il fumo necessari ad essiccare le castagne. Segue poi la sbucciatura. Il risultato finale è la produzione della ”mosciarella”, la tipica piccola castagna senza buccia di colore giallo-avorio e di consistenza piuttosto dura, diffusa sul mercato romano. Le mosciarelle, fino a pochi anni fa, hanno rappresentato una delle principali produzioni del comune di Capranica Prenestina dove ad esse è dedicata una sagra. Le ”casette” di essiccazione, diffuse in tutta l’area
castanicola, rappresentano la testimonianza di una tradizione secolare di lavorazione, ed un interessante
richiamo turistico.

Bujòne della Tolfa: (zuppa di castagne secche o mosciarelle). Si fanno bollire a lungo le mosciarelle nell’acqua, aromatizzandole con l’alloro e con i fichi secchi (che vanno tolti prima di servire). Un classico: il castagnaccio Si amalgama in un recipiente la farina di castagne con un po’ di sale e l’acqua, quanto basta per ottenere un impasto di buona consistenza. Si aggiunge l’uva sultanina con i pinoli. Si unge di olio una teglia, si
versa l’impasto ottenuto, si bagna con un filo d’olio e s’inforna per circa un’ora, per ottenere una focaccia
bassa di colore bruno.


Curiositá


Negli ultimi decenni gli impianti di castagno dell’ area italiana hanno subito gravissimi attacchi da parte del fungo del cancro della corteccia ( Endothia parasitica) che ha causato la morte di numerosissimi esemplari. L’origine del castagno è controversa; probabilmente proviene dalle regioni sudorientali dell’Europa, anche se Plinio sostiene che sia apparso in Lidia. Alcuni fanno derivare il nome di Castanea da Castana, città della Tessaglia . Che sia o meno una pianta autoctona, essa è stata ampiamente favorita dall’uomo per i suoi frutti e per il legno. A testimonianza del favore che le castagne riscuotevano fin dall’antichità osserviamo che il loro nome greco è dios balanos, che significa ghiande divine. Nell’iconografia rinascimentale le castagne erano
spesso usate come simbolo di castità, con allusione al fatto che l’involucro in cui sono racchiuse
è irto di spine e anche per un’analogia nomenclaturale con la parola latina casta.

Le CERASE di Palombara Sabina
Secondo Plinio il ciliegio fu portato in Italia nel primo secolo avanti Cristo da Lucullo, dalla città di
Kerasus sul mar Nero in Turchia. Il nome dialettale ”cerase”, ricorda straordinariamente la presunta provenienza! Nei mercati di Roma sono particolarmente frequenti le ciliegie provenienti da Palombara Sabina, facilmente riconoscibili per il colore rosso scuro e la forma, piuttosto grande. Appartengono alla varietà ”Ravenna”, una cultivar con una polpa soda e di sapore particolarmente zuccherino, con la vantaggiosa caratteristica di essere abbastanza resistente alle manipolazioni ed ai trasporti. Più del 90% della produzione di questo gustosissimo frutto viene commercializzato nella capitale. La sagra della ”cerasa” Già giunta alla sessantaquattresima edizione, è ormai diventato un appuntamento molto atteso. La festa dura una settimana, con mostre diverse di pittura, artigianato e prodotti tipici agricoli; nel corso dei festeggiamenti, vengono celebrati i rossi frutti con la premiazione delle cerase più belle e l’elezione di Miss Cerasa! Per sette giorni i rioni si animano di canti e balli, attraversati anche dalla banda cittadina, mentre la piazza ospita i giochi. Il Castello Savelli, fa da imponente cornice alla mostra sulle varietà di ciliegie di cui è ricca la zona, organizzata dall’Istituto Sperimentale per la Frutticoltura di Roma. L’apice della festa è rappresentato da una sfilata di giovani in costume tipico ottocentesco, con premiazione del più bello. Nel pomeriggio c’è poi la sfilata dei carri allegorici: ogni rione prepara un carro interamente ricoperto di fiori, foglie e cerase. Infine, tutti in piazza a concludere i festeggiamenti con bruschetta, salsicce, vino, danze… e, ovviamente, le immancabili cerase!


Caratteristiche


È una pianta molto rustica e viene coltivata sia per il frutto che per il legno, l’albero può raggiungere
un’altezza di 20 metri ed ha scorza liscia e lucente.
Valore Nutrizionale
Le cerase, come tutte le ciliegie, contengono in media il 13% di zucchero ma sono ricchissime anche di
vitamine A e C.
Proprietá Medicinali e Cosmetiche
Per impiego terapeutico si utilizzano i piccioli dei frutti, che aumentano la diuresi e facilitano l’eliminazione
degli acidi urici.
Esternamente si utilizza il decotto concentrato di peduncoli che ha proprietà rinfrescanti e astringenti,
per dare sollievo alle epidermidi infiammate, irritate o screpolate.
La Scuola Medica Salernitana, elencando le numerose proprietà delle ciliegie, affermava che ”…essa
ancor fa nelle vene ottimo sangue”.
Usi Tradizionali
Anticamente il contadino che aveva una figlia femmina piantava in segno di augurio un ciliegio, il cui
legno sarebbe servito a costruire mobili necessari alla nuova famiglia.
Il legno di questo albero, molto ricercato e pregiato, è di colore bianco rosato o rossastro che scurisce col
tempo ed è utilizzato sia per la fabbricazione di mobili che per lavori di intaglio e sculture.
Famosi sono i canestri che si intrecciavano un tempo ad Albano, utilizzando la scorza tagliata a strisce

 

Curiositá
 

I noccioli delle ciliegie sono tossici in quanto contengono acido cianidrico.
Per riconoscere le amarene (Prunus Cerasus) dalle ciliegie occorre assaggiarle: l’aspetto è praticamente
uguale mentre il sapore delle prime è più aspro e la polpa più morbida.
Esiste anche un ciliegio selvatico che cresce nei boschi, soprattutto nella zona montana e sub-montana,
ma che a differenze delle varietà coltivate ha il frutto molto piccolo e di sapore amarognolo. Una leggenda tramanda che per dare forza e coraggio alle donne durante il travaglio del parto si doveva dare loro dell’acquavite di ciliegie, usando però un cucchiaio di argento! Nell’iconografia del Rinascimento questo frutto ha avuto diversi significati fra i quali va ricordato il quasi immediato riferimento alla primavera, in quanto è fra i primi a maturare. Nei soggetti religiosi, invece, il suo colore rosso simboleggia il sangue di Cristo. Nell’antichità alle ciliegie veniva attribuita la capacità di ”spengere la sete” e ”l’ardore delle febri”ed ”eccitare l’appetito”.

 

Le Ciliegie In Cucina
 

Nella zona di Marcellina si prepara un liquore con le ciliegie più rosse della qualità ”Ravenna” ; nella bottiglia
con l’alcool le ciliegie vanno poste con il picciolo tagliato a metà poiché senza il gambo le ciliegie si  guastano. Facendo macerare le amarene nell’alcool, con aggiunta di lamponi e zucchero, si ricava il famoso liquore ”Maraschino”; se invece dell’alcool si fanno macerare nel vino, che poi si distilla e si addiziona di zucchero, si ottiene il ”Ratafià”.
Torta di Ciliegie
Mescolare due tazze di farina, due cucchiai di zucchero, una punta di scorza di limone grattugiata, un pizzico
di sale e un cucchiaino di lievito in polvere. Aggiungere 170 gr di burro e, infine, un uovo precedentemente battuto con un cucchiaio di acqua fredda. Sistemare la pasta in una tortiera in modo da foderare fondo e bordi, quindi mettere il tutto in frigo per mezz’ora. Collocare nella tortiera mezzo chilo di ciliegie snocciolate, condire con mezza tazza di zucchero e con due cucchiai di Kirsch, mettere nel forno già scaldato a 200°C e cuocere per 25 minuti. Versare sulla torta un battuto di due uova, mezzo cucchiaio di zucchero a velo e mezza tazza da tè di panna densa, scaldata a parte, quindi ridurre la temperatura del forno a 17° e cuocere per altri 20 minuti o, comunque, fino a quando le uova non si siano rapprese. Lasciar raffreddare a temperatura ambiente prima di servire.

 

Il FICO FALLACCIANO di Bellegra
 

A metà luglio e per circa una ventina di giorni, armati di ”ancini”, cioè di uncini, i contadini di Bellegra
raccolgono i ”fallacciani” riponendoli nel ”manicutu”, un cesto di vimini dalla forma tipica e con il fondo
ricoperto di foglie di fico.
Dopo la raccolta vengono sistemati in apposite e tradizionali cassette, dette ”spasine” e direttamente portate
ai mercati romani per essere vendute. I fichi possono essere anche lasciati seccare al sole, ma di notte vanno ritirati per evitare l’assorbimento di umidità. Una volta secchi si possono conservare a lungo ma bisogna fare attenzione affinché non si verifichino fenomeni di fermentazione e non compaiano muffe.
La sagra del fico Fallacciano.Ogni anno a Bellegra nell’ultimo fine settimana di luglio, nei giorni in cui si festeggia anche San Sisto, patrono del paese, viene organizzata in località Vadocanale la famosa e tradizionale ”Sagra del Fallacciano”, con balli, musica, spaghettate, giochi popolari come la ”cuccagna” , la ”pignata” e una tombolata finale. È prevista anche la degustazione di prodotti tipici locali, quali la trippa al sugo, la porchetta, il vino e, ovviamente, i fichi appena raccolti, sposati ad una fetta di buonissimo prosciutto locale, presentati su pane casereccio.
Valori Nutrizionali Zuccheri, vitamine (A, B1e C) proteine, grassi, fosforo, calcio e oligolimenti fanno dei fichi un alimento completo ed energetico, tanto che nell’antichità erano la base dell’alimentazione degli atleti. Un grammo della loro polpa fornisce fino a 3,5 calorie, essendo costituito per quasi la metà da zuccheri; da secchi sono ancora più calorici (il fico secco è 5 volte più calorico di quello fresco).


Proprietá Medicinali e Cosmetiche


Il latice che fuoriesce staccando i frutti o le foglie aiuta ad estirpare i calli e le verruche; lenisce anche il bruciore causato dalla puntura delle api. I fichi secchi hanno azione lassativa e in acqua o latte forniscono
un ottimo decotto con proprietà emollienti per le infiammazioni della gola e come sedativo della tosse.


In Cucina


”Fichi Sciroppati con Nocciole” di Bracciano. Asciugare al sole per alcune ore i fichi, dopo, tagliarli a metà e inserire all’interno di ciascuna parte una nocciola; sistemarli poi uno sull’altro all’interno di un barattolo di vetro formando degli strati sui quali verrà cosparso zucchero, succo di limone e liquore. Conservare in luogo fresco e buio.
”Marmellata di fichi” di Rocca Canterano: Ingredienti: fichi , zucchero (metà del peso dei fichi sbucciati), cannella (facoltativa). Preparazione: mettere in una casseruola lo zucchero con un po’ di acqua e appena lo sciroppo comincia a bollire aggiungere i fichi sbucciati e mescolare con un cucchiaio di legno fino a che la confettura si sia ben condensata. Durante la cottura aggiungere la cannella. Lasciare raffreddare e versare negli appositi vasetti di vetro. A completo raffreddamento del prodotto ricoprire i vasetti con carta bianca imbevuta di alcool e chiuderli ermeticamente. L’area romana è estremamente ricca di varietà di fichi. Quelle più apprezzate sono: i fichi di San Giovanni, bianchi e saporiti; i fichi Papaloni, di pezzatura maggiore con la superficie esterna violacea; i fichi Brogiotti, con superficie esterna scura, consistenza corposa e semi rossi; i fichi di San Pietrino, bianchi e di piccole dimensioni.


Curiositá e Leggende sul Fico


I fichi non sono propriamente, come molti credono, i frutti della pianta, ma un’infiorescenza a forma di pera chiamata ”siconio”, all’interno della quale sono racchiusi i fiori maschili e femminili. Questi ultimi a maturazione si trasformano nei ”semini” minuti che si trovano misti alla polpa; la parte molle e gustosa è rappresentata dal ricettacolo. Il fico è uno tra i più antichi alberi da frutto; nel Vecchio Testamento è un simbolo di abbondanza legato alla Terra Promessa. La fermentazione dei frutti da’ un vino apprezzato dai popoli orientali, che non disdegnano neppure l’acquavite che se ne distilla. Il suo latice veniva usato, un tempo, per cagliare il latte. Cleopatra ricevette nascosta in un cestino di fichi la vipera che doveva darle la morte. All’ombra di un fico Romolo e Remo furono allattati dalla lupa. In Grecia si riteneva che questo frutto avesse origine divina: Demetra, dea della terra e della fecondità, avrebbe creato il fico per darlo in dono all’eroe attico Fitalo come ringraziamento per l’ospitalità ricevuta. A Roma si credeva che chi avesse dormito sotto un albero di fichi sarebbe stato affetto, al risveglio, da un grande dolore di testa, a meno che non avesse staccato dallo stesso albero alcune foglie per porle sotto il capo prima di addormentarsi.


Le Fragoline di Nemi


Le fragole, anzi le fragoline di bosco, sono da lunghissimo tempo l’orgoglio di Nemi: secondo la tradizione orale esse sono coltivate sin dall’800! Naturalmente, le fragoline di bosco vengono ”dal bosco” solo in piccola parte, anche se i produttori assicurano che la lontana origine di tale frutto è sicuramente boschiva. Nei decenni passati, infatti, i fragolicoltori nemorensi andavano a prelevare le piantine, che vegetano generalmente nelle radure, oltre che nei boschi del monte Artemisio anche nei pressi di Fiuggi o addirittura in Abruzzo. Si raccolgono, all’aperto o in serra, per gran parte dell’anno, da maggio a Natale. È caratteristica e significativa, inoltre, la peculiare tradizione da parte di molti abitanti di Nemi di avere sui balconi e sui terrazzi vasi con le fragoline di bosco. La fragolina coltivata tradizionalmente a Nemi è quindi proprio quella spontanea, geneticamente differente dai ”fragoloni” comunemente coltivati. La festa delle fragole a Nemi Non si sa di preciso quando sia stata istituita: le prime notizie documentate negli archivi comunali la fanno risalire al 1922, ma la festa è sicuramente preesistente, legata, come altre sagre di prodotti agricoli, agli antichi riti di ringraziamento per il raccolto. Durante questa manifestazione decine e decine di ”fragolane”, ragazze del paese abbigliate con l’antico e coloratissimo costume delle raccoglitrici di fragole, dopo una messa solenne, sfilano per le vie distribuendo fragole e mazzi di gladioli a tutti i prese. Poiché la distribuzione è ”generosa” l’amministrazione comunale, per far fronte a questa esigenza, ne acquista dai produttori diversi quintali! Infatti durante la Sagra del 2000 Nemi ha conseguito il Guinness dei primati per la coppa di fragole più grande del mondo (fu distribuita più d’una tonnellata di fragole!). Da allora le fragole - che prima venivano distribuite ai visitatori in cestini di vimini - vengono distribuite attingendole dalla coppa del ”Guinness”, già condite con un vino rosé locale. Durante tutta la giornata si svolgono manifestazioni folkloristiche, balli tradizionali e spettacoli di piazza; la sera si tiene uno spettacolo musicale all’aperto e, infine, suggestivi fuochi d’artificio sul lago. In occasione della sagra un intero rione della cittadina è infiorato, ciò a sottolinearne la sua vocazione vivaistica, anch’essa fonte di prestigio e di occupazione. A Nemi e dintorni sono coltivate due diverse tipologie: a) Fragaria vesca propriamente detta , che fiorisce una sola volta e che quindi produce frutti, rossi, ovoidali e piccoli, solo nel periodo primaverile.
b) Fragaria vesca var. semperflorens, rifiorente (detta comunemente ”fragola di ogni mese”): in condizioni
normali produce frutti da aprile-maggio fino a tutto il mese di ottobre. Non è da escludere che la sagra delle fragole di Nemi possa essere riconducibile all’antica festa romana delle fragole nota come ”Il trionfo delle fragole”, testimoniata da un’incisione di Bartolomeo Pinelli. Questa festa aveva luogo il 13 giugno (epoca in cui volgeva al termine il raccolto delle fragole), in occasione delle celebrazioni in onore di Sant’Antonio da Padova. Il fulcro della festa era un enorme canestro, di circa due metri di diametro, nel quale veniva posta una statuetta raffigurante Sant’Antonio da Padova; intorno ad essa le fragolaie disponevano una gran quantità di panierini stracolmi di fragole. Così addobbato, il canestro veniva sollevato e appoggiato sulle teste di robusti popolani vestiti a festa che, partendo da Campo de’ Fiori, lo portavano in corteo per le vie del centro. Lungo il percorso le fragolaie e i baldi giovani cantavano insieme festosi stornelli in onore di sant’Antonio e delle fragole, quali: Salutamo cor fischietto sant’ Antonio benedetto. Trullallero, trullallà tutti quanti a sfravolà. La festa, soppressa quando, a seguito dell’unità d’Italia, il Papa si rinchiuse in Vaticano, potrebbe essere stata ’spostata’ a Nemi dai coltivatori di fragole.


Valori Nutrizionali e Proprietà Medicinali


Anche se in alcuni soggetti può provocare l’orticaria(infiammazione della cute), è molto valido il suo impiego alimentare in soggetti arteriosclerotici ed ipertesi. Il frutto, ricco di vitamina C e, in minor quantità,
di B1 e B2 e di fruttosio, è tonico, rinfrescante e nutritivo; il suo contenuto in salicilato di metile lo
rende utile ai gottosi, agli artritici e ai reumatici. Le foglie in infuso, ma soprattutto in decotto ricco di tannini,
sono diuretiche astringenti e antidiarroiche. Un tempo la polpa di fragole era anche usata per schiarire
le lentiggini e per calmare le pelli arrossate dal sole.


Le Fragole in Cucina


Il ”Liquore di Fragoline”. Ingredienti: fragole, alcool, acqua e zucchero. Preparazione: Le fragole si lasciano macerare in una soluzione idroalcolica per tre - quattro giorni. Si prepara poi uno sciroppo facendo bollire acqua e zucchero, che si unirà al composto. Si lascia riposare il tutto per circa un mese, dopodiché si filtra.
Fragoline al limone: Le fragoline devono essere lavate delicatamente, con acqua fredda o, come suggeriscono alcuni, addirittura con il vino bianco. Si dispongono in una coppa di vetro e si aggiungono lo zucchero ed il succo di un limone; quindi, si lasciano riposare in frigorifero fino al momento di servirle. Una curiosità: l’abitudine di associare il limone alle fragole è dieteticamente molto corretta, poiché previene l’ossidazione e, quindi, la perdita della vitamina C in esse contenuta.


Curiosità


Il nome viene dal verbo latino ”fragro” (profumare), in allusione alla delicata fragranza del frutto mentre
il nome specifico ”vesca” vuol dire ”debole” e si riferisce alla gracilità della pianta. I ”veri” frutti della fragola
sono i minuti acheni portati sulla superficie della polpa che è formata dal ricettacolo del fiore femminile ingrossato e divenuto carnoso. Allo stato selvatico, se ne possono trovare i frutti sin dalla fine di marzo e oggi, grazie alla coltivazione in serra, è reperibile ben oltre il periodo primaverile. Frutto di origine antichissima, conosciuto fin dai tempi dei Greci e Romani (lo cita anche Virgilio in una delle sue opere). La coltivazione ebbe inizio in Francia nel XIV secolo e in Inghilterra nel XVI, quando le si attribuivano altissime virtù terapeutiche e si beveva acqua di fragole che avrebbe dovuto, si diceva, preservare dalla lebbra, scacciare gli umori e aumentare la fecondità delle donne.


Le NOCCIOLE di Palestrina


Appartengono in particolare ad una varietà dalla tipica forma arrotondata e dal sapore gustoso e ricercato, molto richiesto dall’industria dolciaria. Si tratta della varietà detta ”Tonda gentile Romana”, o anche ”Tonda Romana”, che viene coltivata nel Lazio e, nell’ambito della provincia di Roma è tipica della zona di Palestrina.
Il suo frutto è sferoidale, con un seme medio-piccolo, con l’assenza quasi totale di fibre e una buona eliminazione del perisperma (pellicola sottile che avvolge il seme) durante la tostatura in torrefazione. Il gran successo di questa cultivar è da attribuirsi sia alla produzione costante e di gran quantità, sia all’elevata resa di prodotto sgusciato (dal 40 al 50%). Il gustoso frutto si conserva senza alcun problema per lungo tempo; è largamente impiegato nell’industria dolciaria, ma trova utilizzo anche nella profumeria e nella farmaceutica grazie all’elevato contenuto di oli. Nella stessa zona è coltivata anche la varietà ”Nocchione”, che ha una resa minore della Tonda Romana. La produzione di nocciole nell’area in esame si aggira intorno ai 10000 quintali. La sagra delle nocciole Palestrina Durante il periodo di massima raccolta di questi frutti, nella prima decade del mese di settembre, in una frazione di Palestrina, Carchitti, si svolgono imponenti festeggiamenti. La nocciola infatti insieme alle fragole, rappresenta la principale fonte di reddito per la maggior parte delle famiglie del posto, ancora dedite alla coltivazione dei terreni acquisiti dai possedimenti dei Principi Barberini e lasciati loro in eredità dai primi colonizzatori della zona di Carchitti, già denominata ”Mezzaselva”. La sagra si svolge nei giorni in cui è festeggiato il patrono San Francesco Saverio.


Valore Nutrizionale


Le nocciole sono molto caloriche: contengono circa il 60% di grassi, oltre a proteine, vitamine (A, B2,
poca C e molta B1) e molti elementi minerali (potassio, fosforo, zolfo, calcio, magnesio e cloro).
Proprietá Medicinali e Cosmetiche
L’olio che si estrae dal nocciolo ha proprietà antinfiammatorie, febbrifughe e depurative simili a quelle del
mandorlo. In cosmetica, viene impiegato come ingrediente per la preparazione di creme emollienti.
Le Ricette
Crema di Nocciole: Ingredienti: 1 etto di nocciole, 1 cucchiaino di miele, 2 cucchiai di latte, un cucchiaio abbondante di farina di carrube. Preparazione: sgusciare le nocciole e tostarle nel forno a calore moderato. Frullarle con una goccia di olio in modo da ridurle in pasta e aggiungere all’impasto ottenuto il miele sciolto in poco latte e la farina di carrube.
Pan Pepato: amalgamare 80 g di miele caldo con un composto di mandorle, nocciole e noci (50 g ciascuno) tritate grossolanamente, 40g di pinoli, 60g di scorza di cedro e arancio candite tagliate a dadini, 30 g di uvetta, 40 g di cacao amaro. Aggiungere un pizzico dei seguenti aromi: cannella, noce moscata, coriandolo e pepe macinato. Lavorare l’impasto ottenuto aggiungendo una quantità di farina necessaria a rendere omogeneo il composto al quale bisognerà dare una forma di focaccia o ciambella che verrà posta in una teglia imburrata e infarinata. Cuocere in forno già caldo a 160° per mezz’ora.


Leggende


Il nocciolo è indicato dalla tradizione e dal folclore popolare come segno di abbondanza e buon auspicio; è una pianta benevola perché il guscio che racchiude il seme, circondato dall’involucro persistente, ricorda il ventre materno che protegge il nascituro. Secondo una leggenda bretone, durante la notte di Natale in ogni nocciolo spunta per incanto un ramo d’oro. Colui che ha la fortuna di raccoglierlo prima che sia scoccata la mezzanotte, possiederà una bacchetta potente come quella delle fate. Bastoni intagliati nel suo legno erano più efficaci, nello scacciare i lupi, di quelli fatti con qualsiasi altra specie. …e per finire qualche curiosità sul nocciolo.I frutti del nocciolo erano cibo già degli uomini primitivi: sono stati trovati dai paleontologi in alcuni insediamenti del Neolitico. La denominazione Corylus deriva dal greco còrys, che significa casco, con riferimento alla brattea fogliosa che avvolge il frutto, mentre il vocabolo latino abellana, nome con il quale i Romani chiamavano questa pianta, allude all’antica città di Abella (l’attuale Avella), nei pressi di Avellino, dove a quei tempi sarebbero sorte le sue prime coltivazioni. I suoi rami sono molto duttili e venivano tipicamente prediletti dai rabdomanti per cercare acqua nel sottosuolo. Spesso all’interno delle nocciole vivono le larve di un piccolo coleottero chiamato ”punteruolo del nocciolo”. che si nutrono dei semi e successivamente perforano il guscio legnoso per uscire all’esterno. Dal legno del nocciolo si estraggono buoni carboncini da disegno. In ebanisteria viene intagliato per creare impugnature di bastoni ed ombrelli.


Olivona da Mensa di San Gregorio da Sassola


Appartiene alla varietà cosiddetta ”itrana”, coltivata in alcune aree della provincia romana da più di cento anni,
come testimoniato dalla presenza di olivi secolari. L’olivona presenta un colore verde lucido e una forma ovale, di notevoli dimensioni. La raccolta viene eseguita ancora con l’antica tecnica a mano e la tipica conservazione in salamoia per un tempo che varia da 6 a 8 mesi è eseguita fin dal 1880! Nel territorio di San Gregorio da Sassola la produzione di questo frutto si aggira intorno alle 150 tonnellate all’anno e tale coltivazione è svolta in prevalenza su appezzamenti di dimensioni modeste e in aziende a conduzione familiare. In passato la vendita veniva effettuata soprattutto in Campania. Le montagne prospicienti l’area degli oliveti la riparano dai venti dominanti freddi, donandole un clima mite particolarmente gradito a questi alberi! Nel 1985, tuttavia, una forte gelata colpì e danneggiò seriamente la coltura; a questa sono seguiti diversi interventi di ricostruzione e di reimpianto. La ”sagra delle olive in salamoia” Si svolge a San Gregorio da Sassola nel corso del mese di agosto, in genere durante l’ultima settimana. Dai fusti tipicamente di 140 kg che le hanno contenute durante la maturazione vengono estratte e servite le gustose olivone, dal sapore particolarmente dolce
Le olive da cui si ricava l’olio sono generalmente piccole e tondeggianti; quelle da tavola sono più grandi, carnose e di forma ovoidale, come le olivone di San Gregorio da Sassola. Queste ultime, raccolte quando sono ancora verdi, possono essere consumate dopo trattamento in salamoia. Raccolte mature, invece, possono essere trattate nello stesso modo oppure seccate in forno per asciugare la polpa ed esaltandone il sapore. In questo secondo caso assumono un colorito più scuro e vengono chiamate ”olive nere”.


Valori Nutrizionali


Le olive contengono una notevole quantità di grassi, proteine e sono ricche di vitamina A, B1, B2, PP; hanno un valore calorico piuttosto elevato, fornendo circa 130 calorie per 100 grammi.
Proprietá Medicinali e Cosmetiche
Si utilizzano la corteccia e le foglie per le loro proprietà diuretiche, toniche, astringenti e ipotensive. Le olive e l’olio per le loro proprietà emollienti, lenitive, colagoghe, lassative e ricostituenti, possiedono una miriade di applicazioni nei più diversi campi della cosmetica e nell’erboristeria. L’olivo tra storia e leggenda Sin dall’antichità, l’olivo è stato un importante simbolo religioso con significato di fecondità, purificazione, sapienza, prosperità e pace. Secondo il mito, Eracle Dattilo, l’istitutore dei giochi olimpici, ricevette in dono degli oleastri dai sacerdoti di Apollo e li piantò ad Olimpia in Grecia. Fu invece Atena dopo la vittoria in uno scontro con Poseidone a piantare il primo olivo sull’Acropoli: da quel giorno gli ulivi furono considerati sacri e non soltanto era proibito bruciarne il legno ma si puniva seriamente chi li danneggiava. Dalla selezione effettuata in Siria sull’oleastro deriva probabilmente l’olivo domestico; la sua più antica coltivazione si può far risalire ai popoli stanziati a sud dell’altopiano del Caucaso, per estendersi poi in Egitto e nelle isole greche. In Italia venne introdotto dai Fenici.


Curiositá


La pianta viene sfruttata sia per i frutti, consumati direttamente o lavorati per estrarne l’olio, che per il suo legno bianco-giallastro e con bellissime venature scure. L’olio si ottiene dalla spremitura delle olive mature raccolte nel periodo novembre-gennaio e la sua qualità dipende da molti fattori: dalla qualità dell’oliva di partenza, dal momento della raccolta e dall’accuratezza della lavorazione. Solo l’olio di oliva che non supera la soglia di acidità dell’1% può denominarsi ”extravergine”. Il legno massiccio, compatto e facile da lavorare è di largo impiego nella scultura sacra, in ebanisteria e per la realizzazione di suppellettili di cucina. È un albero a crescita lentissima, impiega diversi anni per produrre frutti e raggiunge il massimo del rigoglio nelle regioni dove la temperatura annuale media è compresa tra i 16 ed i 22 °C.


In Cucina


Olive in Salamoia :Immergere le olive ancora verdi in acqua fredda per un paio di giorni per far perdere loro il sapore amaro. Si mettono poi in salamoia( dal 10% al 20%, a seconda dei gusti), aggiungendo chiodi di garofano, semi di finocchio, alloro ed altri aromi. Si conservano in contenitori chiusi, in luogo fresco e al riparo dalla luce. Al termine di questo processo di ”indolcimento” si possono consumare, soprattutto come antipasto, dopo averle sciacquate. Questo metodo di conservazione delle olive è conosciuto fin dal tempo dei Romani, i quali dopo averle pestate e incise con una canna tagliente le aromatizzavano anche con semi di lentisco, foglie di ruta, mosto cotto e aceto. Per non sbagliarsi tra olivo ed olivastro In realtà con lo stesso nome latino di Olea europaea i botanici chiamano due piante diverse: l’olivo selvatico o olivastro (Olea europaea oleaster) e l’olivo coltivato (Olea europea sativa). Il primo è caratterizzato da un portamento per lo più arbustivo con rametti a volte quadrangolari e spinosi, foglie piccole arrotondate e frutti piccoli (2-3 cm) con poca polpa mentre il secondo, tipo a cui appartiene la varietà Itrana, quella delle olivone, ha un portamento arboreo, rametti cilindrici senza spine, foglie lanceolate e frutti molto polposi e ricchi di olio.


La PERA SPADONA di Castel Madama


Nata in modo misterioso, apparentemente da un incrocio spontaneo, avvenuto agli inizi dell’800, da un albero di pero selvatico piantato nel podere di un abitante di Castel Madama, tal ”Stivaletta”. Le caratteristiche di questa varietà, la ”spadona estiva”, vanno ricercate nella buccia liscia verde-chiaro, la forma ovale-allungata e la polpa bianca. Il periodo della raccolta è assai delicato e deve avvenire all’inizio della maturazione (seconda decade di luglio); è inoltre un frutto molto delicato e poco resistente alle manipolazioni e al trasporto. Le altre peculiarità di questa cultivar quali la lieve asprezza del sapore e il gusto gradevolmente dolce tipico della pera, l’ ha resa da sempre inconfondibile e prelibata; iniziò così una coltivazione a scopo commerciale che, negli anni passati, riforniva i mercati soprattutto romani di più di 15.000 quintali L’arrivo di altre varietà, specialmente dal Nord Italia, aveva messo in difficoltà la produzione, che aveva subito una notevole riduzione; per rivalorizzarla è stata istituita, dal 1959, la Sagra della pera spadona. La sagra della pera spadona
Ogni anno, a luglio, per festeggiare un frutto che è talmente legato a questo luogo da essere addirittura
conosciuto con il nome di ”pera di Castel Madama”, si organizza nei vicoli e nelle piazze di questo bel
paese medievale una imponente manifestazione. Si tengono mostre d’arte, spettacoli cinematografici all’aperto e balletti folkloristici; si disputano gare sportive che intrattengono il visitatore in attesa del famoso Palio di Madama Margherita d’Austria, che rende omaggio alla nobildonna che, nel XVI secolo, a lungo fu ospite degli Orsini, signori del luogo. Per rievocare quel periodo, si snoda un corteo storico in costume attraverso i diversi rioni. Al visitatore viene offerto, all’ingresso del paese, un buono per ritirare, in uno dei chioschi presenti nella piazza principale, un sacchetto contenente una decina di pere spadone, per poterne valutare di persona il gusto particolare e squisito. Contorna la manifestazione una interessante mostra della civiltà contadina, con l’esposizione dei tipici attrezzi castellani impiegati nel passato.
Come tutte le altre pere, la spadona è un alimento decisamente nutriente e completo, perché ricco di vitamine,
zuccheri, fibre e sali minerali; il suo sapore acidulo zuccherino è dovuto alla presenza degli acidi
organici malico e tartarico. Al contrario di quanto si può ritenere, il suo apporto calorico è piuttosto basso: appena 40 Kcal ogni 100 gr. In particolare, è ricco in zuccheri semplici, specialmente fruttosio, e per questo motivo non è da sconsigliare a chi soffre di diabete: il fruttosio viene utilizzato dall’organismo indipendentemente dall’insulina, ed ha un effetto ipoglicemizzante assai più ridotto di quello del glucosio. La grande prevalenza del potassio rispetto al sodio rende il consumo della spadona e, più estesamente, di tutte le pere, raccomandabile nelle diete iposodiche e in caso di ipertensione e di alcune cardiopatie; inoltre, il contenuto in composti fenolici, a cui vengono riconosciute proprietà antiossidanti, aiuta a mantenere permeabili le pareti dei capillari sanguigni, prevenendo così i pericoli di infarto. I polifenoli agiscono
anche sull’intestino normalizzandone le funzioni.


Proprietá Medicinali e Cosmetiche


Il consumo di questo frutto leniscono gli effetti di numerosi disturbi come la gotta, l’artrite, i reumatismi
e la stitichezza (in questo caso è bene consumarlo con la buccia). Una maschera di bellezza preparata frullando mezza pera senza buccia e applicando la polpa sul viso per circa 30 minuti aiuta a purificare le pelli grasse, riducendo l’acne e i pori dilatati. Lavare poi con acqua tiepida e aspettare almeno mezz’ora prima di spalmare altri prodotti.


In Cucina


Pere Spadone con Crema di Latte

Ingredienti: dose per 6 persone: 12 pere spadone, 100 g di crema di latte, 100 g di zucchero. Preparazione: Sbucciare le pere, vuotarle dal torsolo e metterle in una teglia con lo zucchero ricoprendole di acqua. Portare ad ebollizione e lasciare cuocere
pochi minuti a fuoco leggero. Dopo averle tolte dal fuoco e fatte raffreddare si servono ricoperte con la
crema di latte. Non solo spadona qualche curiosità sul pero Esiste anche un pero selvatico (Pyrus pyraster) che si distingue dal pero domestico per i rami spinescenti e i frutti piccoli, rotondi e dal sapore allappante.
I frutti del pero sono in realtà ”falsi”: il vero frutto è il ”torsolo” racchiuso all’interno e che contiene i semi
scuri e appiattiti. Il pero ha origini antichissime: Omero ne parla nell’Odissea e Plinio il Vecchio, seguendo
un approccio scientifico, fornisce l’elenco di ben 40 varietà diverse abitualmente coltivate nel primo
secolo dopo Cristo. Attualmente, l’Italia è fra i maggiori produttori di pere al mondo.


Modi di Dire


Chi cade goffamente viene giù come ”una pera cotta”, intesa probabilmente come matura, cioè cotta al
sole e che si distacca perciò dall’albero. Le pere cotte rimandano invece alla ”figura del peracottaio”, in cui il povero venditore viene identificato come una persona rozza che incappa spesso in brutte figure. Infine ”al contadino non far sapere quanto è buono il cacio con le pere.


Le PESCHE di castel gandolfo


I Latini la chiamavano ”mela della Persia” ma è originaria della Cina, paese in cui è ancora possibile trovare la pianta allo stato selvatico e dove è considerata simbolo di immortalità. A Castel Gandolfo, grazie soprattutto alla natura vulcanica dei terreni, la coltura delle pesche è da moltissimo tempo praticata con buon successo, in particolare fino a toccare l’apice intorno agli anni ’30. Fino agli anni ’50 erano molto coltivate delle varietà oggi divenute abbastanza rare: la ”Giallona”, la ”Erberta” e la ”Hale”, queste ultime caratterizzate da una forma un po’ appuntita e polpa soda, succosa, di colore giallo e tinta di rosso vicino al nocciolo. Attualmente, dato anche il lieve calo di produzione, queste varietà sono sostituite da nuove cultivar americane e sudafricane, a frutto più grosso e colorito, quale ad esempio l’”Admiral Deweey”, conosciuta anche come ”Trionfo liscio”, nata in Georgia, con frutto grande, rotondo, leggermente compresso e con superficie giallo arancio e sfumato di rosso, polpa soda, aderente al nocciolo e colore giallo vivo. Numerose sono le usanze legate alla coltivazione di questo gustoso frutto: nel passato alcuni contadini usavano lasciare solo 4-5 pesche su qualche albero in modo tale che queste, maturando, risultassero più grosse e buone. Fino agli anni ’50, poi, era consuetudine intrecciare della raffia intorno ad alcune pesche formando la frase ”W il Papa”, in modo tale che, una volta maturate al sole, rimanesse la scritta. Il pesco predilige suoli freschi e fertili, climi miti, non troppo caldi ma dove le gelate non si verificano frequentemente.Le foglie, i fiori e i noccioli del pesco contengono una discreta quantità di amigdalina (circa il 3%) che, se ingerita, sviluppa acido cianidrico, estremamente tossico per l’organismo umano. Dopo il melo, il pesco è in assoluto l’albero più coltivato; insieme agli Stati Uniti, l’Italia è fra i primi produttori di questo frutto a livello mondiale; ne produce 1,7 milioni di tonnellate su circa 113000 ha di superficie! Nella provincia di Roma gli ettari coltivati a pesco sono circa 38000. Il pesco è una delle colture da frutto con il maggior numero di varietà: se ne conoscono più di 3000!; possono essere distinte in tre grossi gruppi: 1)Pesche, con polpa gialla o bianca che si stacca con facilità dal nocciolo, che si conservano più a lungo e resistono meglio ai trasporti 2) ”Pesche-noci” o ”nettarine” (nel senso di nette, pulite, perché prive di peluria), hanno polpa gialla o bianca e sono state introdotte in Europa dagli Stati Uniti circa trent’anni fa. 3) ”Percoche”, con polpa soda di color giallo vivo, buccia vellutata e nocciolo che non si spacca. È una specie originaria delle montagne della Cina, dove è considerato l’”Albero d’Immortalità” e dove sua coltivazione iniziò circa 5000 anni fa. Dalla Cina fu esportato in Persia (l’attuale Iran) e più tardi, nel IV sec. A.C., Alessandro Magno lo introdusse in Grecia. I romani diffusero la coltura del pesco in Europa come testimoniano, fra l’altro, alcuni affreschi rinvenuti nella città di Pompei.


La Sagra delle Pesche


In agosto, la sagra delle pesche è in realtà un trionfo di colori e di odori, con le mille variazioni cromatiche che si hanno nel passaggio dal giallo all’arancio, e quindi al rosso intenso nei frutti maturi. È questa una festa di origine molto antica, risalente probabilmente addirittura a quattrocento anni fa; inizialmente le pesche scelte venivano date al Maggiordomo di Palazzo, poi, all’inizio degli
12/09/2018
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