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Il Tesoro del Lago

Per la prima volta viene esposta al pubblico la Collezione Torlonia dal Fucino, formatasi durante i lavori del prosciugamento del Lago alla metà del secolo scorso ed acquisita dal Ministero dei beni e delle attività culturali nel 1994. Tra i materiali archeologici che ne fanno parte, il pezzo più famoso, sono i Rilievi Torlonia che, in più lastre scolpite, raffigurano il paesaggio lacustre, in cui sono rese, con straordinaria attenzione, prospettive di città, templi, case, strade, mura, particolari di coltivazioni, fiumi, navi e macchine idrauliche addette alla manutenzione dell'emissario artificiale realizzato dall'imperatore Claudio nel I secolo d.C. L'importante complesso figurato, appartenente ad uno sconosciuto monumento che sorgeva sul luogo dell'emissario ancora visitabile in località Incile nei pressi di Avezzano , verrà per la prima volta ricomposto nell'ipotesi suggerita dagli studiosi che da anni se ne stanno occupando. La Collezione comprende inoltre monete, statuine e sculture, armi ed utensili tra cui alcuni usatì dagli schiavi durante i lavori di costruzione dell'emissario fucense progettati da Cesare, iniziati da Claudio e ripresi da Traiano e completati da Adriano nel Il secolo d.C.. L'opera idraulica, la più grande del suo genere nell'antichità, era finalizzata a bonificare i territori rivieraschi dalle esondazioni dei lago che a quanto dicono le fonti danneggiavano gravemente l'economia delle popolazioni residenti, inoltre il recupero dalle acque di ampie porzioni di terra coltivabile avrebbe consentito all'imperatore nuove assegnazioni di campi con grandi ritorni economici e di immagine.

Per arrivare a svuotare il lago dalle acque in eccesso fu costruito quell'emissario, in quanto quello naturale era da tempo ostruito, che consentì di far defluire le acque nel fiume. Liri che scorreva nella limitrofa Valle Roveto. Il progetto prevedeva un canale collettore a cielo aperto che era collegato con un sistema di vasche, una galleria sotterranea di più di cinque chilometri ottenuta con discenderie e con due fronti di scavo e scavando 39 pozzi a sezione quadrata utilizzati per l'aerazione. L'impiego massiccio di manodopera servile (le fonti, certamente enfatizzando l'impegno profuso dall'imperatore, parlano di più di trentamila schiavi), fu certamente la condizione indispensabile in base alla quale l'opera, che non prevedeva il prosciugamento totale del lago, fu realizzata. Per la sua inaugurazione alla presenza dell'imperatore Claudio e di Agrippina furono organizzate naumachie con triremi e quadriremi armate di 19.000 uomini e spettacoli gladiatori. La riuscita parziale dell'operazione fu attribuita alla disonestà di Narciso, direttore dei lavori. In realtà Claudio ottenne la stabilizzazione dei livello delle acque del lago e i suoi successori si occuparono di garantire attraverso la manutenzione continua affidata ai classiarii (marinai) il funzionamento dell'emissario. Traiano riprese il progetto iniziale di Claudio finalizzato ad ottenere altre terre con un impegno finanziario contenuto, Adriano completò l'opera abbassando la quota di arrivo del canale collettore fino alla testata della galleria. La sua opera rimase in funzione per molto tempo. Con la fine dell'impero romano e la progressiva disgregazione dell’organizzazione statale e soprattutto con il terremoto avvenuto tra il 362 e il 380 l'emissario fu messo definitivamente fuori uso. I problemi delle esondazioni tornarono a quelli drammatici precedenti la costruzione dell'emissario, sebbene grandi monarchi come Federico Il e Alfonso d'Aragona cercarono di ripulire e riattivare le gallerie come documentano le fonti storiche e alcuni oggetti conservati nella Collezione Torlonia ed esposti in Mostra. In realtà bisogna arrivare al XIX secolo per ritrovare una precisa volontà e capacità di intervento, dettata da motivi dei tutto analoghi a quelli romani, per tentare di nuovo il prosciugamento, stavolta totale, del lago. Alla metà dell'800 per volere del Re di Napoli il lavoro fu dato in appalto ad una delle prime società multinazionali, la stessa che progettò il taglio del Canale di Suez e dell'Istmo di Panama; molte delle azioni furono comprate da Alessandro Torlonia, banchiere e proprietario terriero. Durante il corso dei lavori e delle controversie sulla modalità di assegnazione delle terre prosciugate Torlonia acquisì l'intera società e decise il prosciugamento totale del Lago.

Egli portò a compimento l'opera dopo 22 anni di lavoro nel 1875, conquistando il titolo di Principe del Fucino. La grande trasformazione del paesaggio che diventa un'immensa pianura spartita in ordinati coltivi separati da strade e canali, comporta profondi cambiamenti sociali ed economici oltre che ambientali. Povertà ai limiti dell’inverosimile e una società arcaica formata da una commistione di genti immigrate qui da altre aree, magistralmente descritte nelle pagine di Ignazio Silone, cambiano per sempre il volto antico di una regione nota sin dall'antichità per la magia inquietante del suo lago brumoso. Il terremoto dei 1915 sigillerà per sempre l'aspetto antico della Marsica, gli insediamenti provvisori costruiti all'indomani della tragedia che coinvolse 32.610 vittime, rimarranno come matrice dell'urbanizzazione moderna. Il caratteri originali del paesaggio di uno dei laghi più grandi d'Italia non ci rimane che attraverso gli autori antichi che spesso descrivevano le origini e le sedi di questo strano ed indomito popolo dei Marsi, e dalle vedute e cartografie realizzate da molti viaggiatori, artisti e geografi nell'ottocento. Il Fucino con il suo regime irregolare, che "ne faceva una specie di mostro misterioso acquattato tra i monti" come scrive Cesare Letta, attirò subito l'attenzione degli scrittori antichi interessati allo straordinario mondo della natura. Già nel III secolo a.C. Licofrone e Filostefano di Cirene parlavano di un fiume che attraversava tutto il lago senza mescolare con esso le proprie acque per poi essere inghiottito nelle viscere della terra e ricomparire in Campania. Vìrgilio e Gellio ricordano tradizioni secondo le quali il lago avrebbe inghiottito in tempi remoti una grande città. Tra le meraviglie dei lago viene riportata da Plinio l'esistenza nelle sue acque di, una particolare specie di pesce dotata di otto pinne. ( Non ricorda i racconti dei Loch Ness ? N.d.A.) La presenza inquietante e maestosa dei lago dette origine ad un culto al dio Fucino praticato dal Il] secolo a.C. all'età imperiale. Alcuni collegamenti con il dio marino Phorcus e il nome Pitonius il serpente sacro ad Apollo, dato al fiume Giovenco ed ancora conservato dall'inghiottitoio della Petogna vicino Luco dei Marsi, riportano al non lontano ambiente campano, tutto impregnato di cultura greca alla quale si deve la traduzione colta dei culti locali. Anche la principale divinità che i Marsi adoravano sulle rive dei Lago, nel suo bosco sacro, il lucus Angitiae, Angizia, fu riconosciuta come sorella della maga Medea.

Legata ai culti della luce e dei morti veniva festeggiata durante il solstizio d'inverno quando il suo santuario veniva avvolto in una gelida penombra già a mezzogiorno. Quest'antica dea italica aiutava gli uomini a superare le angosce dei buio eterno, promettendo il ritorno della luce solare, proteggeva la fertilità della terra e degli esseri viventi, insegnava a curare i mali con le erbe medicinali abbondanti allora come adesso sul Monte Salviano ed in particolare con l'uso del dittamo. Silio ltalico, scrittore latino del I secolo d.C. così riferisce un'antica leggenda " ... la gioventù marsa sapeva non solo combattere, ma anche addormentare col canto i chelidri, e vincere con incantesimi il morso delle vipere. Angizia, figlia di Eeta, per prima, come narrano, insegnò a riconoscere le erbe velenose, e a rendere innocui al contatto i veleni. Essa tìrava giù dal cielo la luna , fermava con le sue grida i fiumi, e spogliava le montagne attirandone coi suo canto le selve" e Ovidio il grande poeta originario di Sulmona," non sono le erbe di Medea che alimentano l'amore né i filtri dei Marsi propinati con magiche parole". Dei sacerdoti marsi, dunque, rimane traccia nella letteratura antica , che celebra la loro immunità al morso delle vipere, la capacità divinatoria, gli incantesimi che infondevano il sonno ai serpenti con nenie magiche e il canto fascinatore per lenire i mali del cuore e del corpo, e anche nella tradizione folklorica che vede presenti nell'area e specialmente a Cucullo, i ciaralli, che tutt'oggi di padre in figlio si trasmettono l'arte di maneggiare i serpenti sacri a S. Domenico. Questi ed altri spunti di grande fascino saranno illustrati nella Mostra in un percorso che documenta ciò che i dati archeologici evidenziano dei riti di sepoltura degli antichi Marsi, delle loro armature, dei loro villaggi, dei loro impatto con i romani e dei loro progressivo assorbimento della cultura dei vincitori entro la quale sembrano tuttavia riconoscibili caratteri di permanenza e resistenza delle tradizioni religiose e funerarie. A tal proposito sono di eccellente esempio i magnifici letti in osso di Colielongo ed Aielli che costituiscono una delle "chicche" della mostra. Forse appartenenti a sacerdotesse detentrici del sapere magico e divinatorio che esercitavano attraverso l'uso dei dadi, i letti connotano l'elevato rango sociale della defunta che veniva accompagnata nell'oltretomba sul prezioso letto in osso decorato con amorini e figure fantastiche di cui in mostra sono esposti gli esemplari più belli. Miti e antiche leggende, favole e tradizioni letterarie, scoperte archeologiche e nuovi studi si intrecceranno nella mostra in un percorso di grande fascino che condurrà il visitatore in un viaggio intorno al Lago, attraverso la conoscenza delle origini della presenza umana nelle caverne affacciate sul lago, dell'occupazione del territorio in fortezze montane e villaggi palafittícoli, dell'organizzazione di città come Alba Fucens e delle campagne di età romana, della loro trasformazione nel Medioevo.

 

Adele Campanelli

15/02/2017
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